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  • Flavia Novelli

La poesia al tempo del Coronavirus

Aggiornato il: mar 21



Ci sono tempi in cui le parole del linguaggio quotidiano non sembrano essere sufficienti e adeguate per descrivere e spiegare ciò che accade intorno a noi e dentro di noi.

Ci sono tempi - e questo è uno di quelli - in cui l’unica voce capace di parlare e farsi capire in modo universale sembra essere quella della poesia.

Il rischio prima, la paura poi, e infine la conferma di una pandemia che miete vittime e stravolge le vite di tutti noi - imponendoci forme di severa prevenzione, di isolamento e reclusione, che mai avremmo immaginato di dover adottare - ci spinge alla ricerca di parole di comprensione.

Il tempo dilatato e rallentato, racchiuso all’interno delle mura domestiche, svuotato delle incombenze lavorative e sociali, invita all’introspezione, alla riflessione, all’espressione.

Un’opportunità che, in un’epoca improntata sulla velocità e sul costante rumore di fondo, rappresenta l’unica conseguenza positiva di questa immane tragedia.

Non sempre, però, è semplice cogliere serenamente tale opportunità, lasciando fuori della porta ansie e paure.


Ci viene allora in soccorso il poeta, scrittore e documentarista Franco Armino, che propone un decalogo per non soccombere all'ansia da Coronavirus:


1. Le passioni, quelle intime e quelle civili, aumentano le difese immunitarie. Essere entusiasti per qualcuno o per qualcosa ci difende da molte malattie.

2. Leggere un libro piuttosto che andare al centro commerciale.

3. Fare l’amore piuttosto che andare in pizzeria.

4. Camminare in campagna o in paesi quasi vuoti.

5. Capire che noi siamo immersi nell’universo e che non potremmo vivere senza le piante mentre le piante resterebbero al mondo anche senza di noi. Stare un poco di tempo lontani dai luoghi affollati può essere un’occasione per ritrovare un rapporto con la natura, a partire da quella che è in noi.

6. Viaggiare nei dintorni. Il turismo è una peste molto più grande del coronavirus. È assurdo inquinare il pianeta coi voli aerei solo per il fatto che non sappiamo più stare fermi.

7. Sapere che la vita commerciale non è l’unica vita possibile, esiste anche la vita lirica. La crisi economica è grave, ma assai meno della crisi teologica: perdere un’azienda è meno grave che perdere il senso del sacro.

8. La vita è pericolosa, sarà sempre pericolosa, ognuno di noi può morire per un motivo qualsiasi nei prossimi dieci minuti, non esiste nessuna possibilità di non morire.

9. Lavarsi le mani molto spesso, informarsi ma senza esagerare. Sapere che abbiamo anche una brama di paura e subito si trova qualcuno che ce la vende. La nostra vocazione al consumo ora ci rende consumatori di paura. C’è il rischio che il panico diventi una forma di intrattenimento.

10. Stare zitti ogni tanto, guardare più che parlare. Sapere che la cura prima che dalla medicina viene dalla forma che diamo alla nostra vita. Per sfuggire alla dittatura dell’epoca e ai suoi mali bisogna essere attenti, rapidi e leggeri, esatti e plurali.


Anche una poetessa tra le più raffinate come Mariangela Gualtieri ha sentito il bisogno/dovere di condividere una riflessione sul momento di fragilità che stiamo vivendo, con la poesia “Nove marzo duemilaventi”:


Nove marzo duemilaventi

Questo ti voglio dire

ci dovevamo fermare.

Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti

ch’era troppo furioso

il nostro fare. Stare dentro le cose.

Tutti fuori di noi.

Agitare ogni ora – farla fruttare.

Ci dovevamo fermare

e non ci riuscivamo.

Andava fatto insieme.

Rallentare la corsa.

Ma non ci riuscivamo.

Non c’era sforzo umano

che ci potesse bloccare.

E poiché questo

era desiderio tacito comune

come un inconscio volere –

forse la specie nostra ha ubbidito

slacciato le catene che tengono blindato

il nostro seme. Aperto

le fessure più segrete

e fatto entrare.

Forse per questo dopo c’è stato un salto

di specie – dal pipistrello a noi.

Qualcosa in noi ha voluto spalancare.

Forse, non so.

Adesso siamo a casa.

È portentoso quello che succede.

E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.

Forse ci sono doni.

Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.

C’è un molto forte richiamo

della specie ora e come specie adesso

deve pensarsi ognuno. Un comune destino

ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene.

O tutti quanti o nessuno.

È potente la terra. Viva per davvero.

Io la sento pensante d’un pensiero

che noi non conosciamo.

E quello che succede? Consideriamo

se non sia lei che muove.

Se la legge che tiene ben guidato

l’universo intero, se quanto accade mi chiedo

non sia piena espressione di quella legge

che governa anche noi – proprio come

ogni stella – ogni particella di cosmo.

Se la materia oscura fosse questo

tenersi insieme di tutto in un ardore

di vita, con la spazzina morte che viene

a equilibrare ogni specie.

Tenerla dentro la misura sua, al posto suo,

guidata. Non siamo noi

che abbiamo fatto il cielo.

Una voce imponente, senza parola

ci dice ora di stare a casa, come bambini

che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,

e non avranno baci, non saranno abbracciati.

Ognuno dentro una frenata

che ci riporta indietro, forse nelle lentezze

delle antiche antenate, delle madri.

Guardare di più il cielo,

tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta

il pane. Guardare bene una faccia. Cantare

piano piano perché un bambino dorma. Per la prima volta

stringere con la mano un’altra mano

sentire forte l’intesa. Che siamo insieme.

Un organismo solo. Tutta la specie

la portiamo in noi. Dentro noi la salviamo.

A quella stretta

di un palmo col palmo di qualcuno

a quel semplice atto che ci è interdetto ora –

noi torneremo con una comprensione dilatata.

Saremo qui, più attenti credo. Più delicata

la nostra mano starà dentro il fare della vita.

Adesso lo sappiamo quanto è triste

stare lontani un metro.


Ad esprimersi, non sono solamente poeti affermati, anzi.

Quello della poesia è un linguaggio democratico, così come lo è lo spazio del web che in questo periodo pullula di versi, più o meno improvvisati, ma sempre ispirati dal bisogno di condividere la propria personale lettura della fase contingente o di esprimere solidarietà a chi è coinvolto nella battaglia contro il virus.

Alcuni post poetici sono diventati “virali” (mai espressione è stata più adatta e più indelicata) grazie alla condivisione da parte di influencer.


È quanto accaduto, ad esempio, con i versi postati su Facebook della veneziana Irene Vella, che hanno commosso Chiara Ferragni, e sono poi stati rilanciati anche nei salotti tv e negli speciali dedicati al coronavirus:


Era l’11 marzo del 2020, le strade erano vuote, i negozi chiusi, la gente non usciva più.

Ma la primavera non sapeva nulla.

Ed i fiori continuavano a sbocciare

Ed il sole a splendere

E tornavano le rondini

E il cielo si colorava di rosa e di blu

La mattina si impastava il pane e si infornavano i ciambelloni

Diventava buio sempre più tardi e la mattina le luci entravano presto dalle finestre socchiuse

Era l’11 marzo 2020 i ragazzi studiavano connessi a discord

E nel pomeriggio immancabile l’appuntamento a tressette

Fu l’anno in cui si poteva uscire solo per fare la spesa

Dopo poco chiusero tutto

Anche gli uffici

L’esercito iniziava a presidiare le uscite e i confini

Perché non c’era più spazio per tutti negli ospedali

E la gente si ammalava

Ma la primavera non lo sapeva e le gemme continuavano ad uscire

Era l’11 marzo del 2020 tutti furono messi in quarantena obbligatoria

I nonni le famiglie e anche i giovani

Allora la paura diventò reale

E le giornate sembravano tutte uguali

Ma la primavera non lo sapeva e le rose tornarono a fiorire

Si riscoprì il piacere di mangiare tutti insieme

Di scrivere lasciando libera l’immaginazione

Di leggere volando con la fantasia

Ci fu chi imparò una nuova lingua

Chi si mise a studiare e chi riprese l’ultimo esame che mancava alla tesi

Chi capì di amare davvero separato dalla

vita

Chi smise di scendere a patti con l’ignoranza

Chi chiuse l’ufficio e aprì un’osteria con solo otto coperti

Chi lasciò la fidanzata per urlare al mondo l’amore per il suo migliore amico

Ci fu chi diventò dottore per aiutare chiunque un domani ne avesse avuto bisogno

Fu l’anno in cui si capì l’importanza della salute e degli affetti veri

L’anno in cui il mondo sembrò fermarsi

E l’economia andare a picco

Ma la primavera non lo sapeva e i fiori lasciarono il posto ai frutti

E poi arrivò il giorno della liberazione

Eravamo alla tv e il primo ministro disse a reti unificate che l’emergenza era finita

E che il virus aveva perso

Che gli italiani tutti insieme avevano vinto

E allora uscimmo per strada

Con le lacrime agli occhi

Senza mascherine e guanti

Abbracciando il nostro vicino

Come fosse nostro fratello

E fu allora che arrivò l’estate

Perché la primavera non lo sapeva

Ed aveva continuato ad esserci

Nonostante tutto

Nonostante il virus

Nonostante la paura

Nonostante la morte

Perché la primavera non lo sapeva

Ed insegnò a tutti

La forza della vita.

Un caso simile è quello della poesia di una commerciante padovana che, dopo essere stata condivisa da Fiorello, ha invaso il web e le pagine dei giornali:

L’ Italia è come quella tipa che ha talento, è come quella che le altre se le mangia, perché è nata bella, la più bella e le altre se le asfalta. L’ Italia è come quella più ingegnosa, che ha le mani di una fata, che si inventa mille cose, perché è piena di risorse. Sa di storia, di mare, di montagne, sa di cibo, di buon vino, di dialetti, di pittori, di scultori, di scrittori, di eccellenze nella scienza, non c’è niente che non sa. E quando questa tipa bella e talentuosa inciampa, la platea delle sfigate esulta. È la rabbia delle poverine ingelosite, quelle al buio, perché lei è comunque bella anche quando cade a terra. Ma l’Italia è una tipa con stivale tacco 12, ovviamente made in Italy, che nessuna sa portare... Solo il tempo di rialzarsi... I love you.


Anche i bambini si scoprono poeti e affidano ai versi le proprie emozioni. Ha fatto il giro del web, per la sua simpatia e positività il componimento in versi di uno scolaro delle scuole medie di un comune della Sardegna:

Etciù, basta uno starnuto

e tutti scappan via,

un bacio o una carezza

e dritti in farmacia….



E poi, ancora, poesie in dialetto - splendida quella declamata e divulgata tramite Whatsapp da una giovane donna napoletana - o in vernacolo, come la virale Stattacàst del pugliese Gerardo Strippoli, di Corato.


Qualcuno, infine, si affida ai versi dei grandi poeti, riproponendo poesie che sembrano essere scritte in questi nostri giorni, come la brillante poesia di Trilussa La stretta de mano che benché scritta 100 anni fa, è più che mai attuale:


Quela de da’ la mano a chissesia

nun è certo un’usanza troppo bella:

te pô succede ch’hai da strigne quella

d’un ladro, d’un ruffiano o d’una spia.

Deppiù la mano, asciutta o sudarella,

quanno ha toccato quarche porcheria,

contiè er bacillo d’una malatia

che t’entra in bocca e va ne le budella.

Invece, a salutà romanamente,

ce se guadagna un tanto co’ l’iggene

eppoi nun c’è pericolo de gnente.

Perché la mossa te viè a di’ in sostanza:

Semo amiconi… se volemo bene…

ma restamo a una debbita distanza.


Proliferano poi, le iniziative legate alla poesia al tempo del coronavirus, dalle letture in diretta facebook ai Contest, ai progetti editoriali.


Il dirigente scolastico del liceo Parini di Seregno (Monza), Gianni Trezzi, che ama definirsi leggistorie, ha messo in campo un’iniziativa per i suoi 1.300 studenti costretti a casa:

«Marzo è il mese della poesia. La poesia è cibo per l’anima, è la cura attraverso il bello - ha spiegato ai giornali che lo hanno intervistato - in quanto sono convinto che anche tramite ciò che nutre l’anima sia possibile alzare le nostre difese immunitarie. Così ho pensato di donare a chi lo desidera delle gemme poetiche e non potendolo fare di persona le leggerò ad alta voce a chi mi chiamerà al telefono al numero 0362-237.221 dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 14-14.30.»


Il Festival Internazionale di Poesia “Parole Spalancate” di Genova ha invece lanciato il progetto “Poetry in sDreaming” per andare oltre paure, incertezze e isolamento causate dall’emergenza coronavirus, sfruttando la forza della parola e l’efficacia dei social.“Stiamo invitando poeti da tutto il mondo a mandarci un loro video in cui recitano una poesia – spiega Claudio Pozzani, direttore del Festival – Con questa iniziativa vogliamo ribadire l’importanza di questa forma d’arte come veicolo di emozioni e conoscenza, come dialogo tra culture, come ricerca costante di nuovi mondi possibili”. E così l’appuntamento è sulla pagina Facebook “Parole Spalancate”, con letture di poeti da tutto il mondo che verranno proposte ogni lunedì e venerdì mattina alle 9, a partire da venerdì 13 marzo.




Segnalo infine due concorsi: il Contest 2020 lanciato da Valentina Barletta, che chiama all’appello poeti e poetesse per editare un’antologia di poesie dedicate a questo periodo di emergenza sanitaria, il cui ricavato sarà devoluto agli ospedali impegnati in prima fila;



e il Concorso letterario Anticorpi poetici - L’epidemia non metterà in quarantena la fantasia, lanciato dall’Associazione culturale Mille Gru.



Quelle illustrate sono solo alcune delle forme in movimento che la poesia sta assumendo in questo periodo di tragica emergenza ma anche forse di riscoperta della parola e della riflessione.


Navigate dunque sul web - ma anche fra gli scaffali della vostra libreria - e lasciatevi contagiare dalla poesia!




Ci sono stati i giorni

dei contatti carnali

degli abbracci

e delle strette di mano

come gesti quotidiani normali Ora viviamo giorni di distanze imposte e di affettività composte nelle nostre case rintanati in città inanimate e ovattate Delle nostre parole possiamo regolare il volume dei nostri sguardi la risoluzione ma non possiamo trasmetterci l’odore o testare la morbidezza della pelle Ma torneranno i giorni dell’umana fusione e saranno più consapevoli dopo essere passati attraverso il setaccio della ragione dell’astinenza che ci arricchirà della comprensione del valore profondo di ogni abbraccio di ogni stretta di mano di ogni carezza di ogni bacio


Flavia Novelli

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