• Flavia Novelli

La teoria del transatlantico

di Carlo Tosetti



Nella vita e in poesia, il mare è per me da sempre simbolo di libertà e sensualità, così come un’imbarcazione che lo attraversa incarna la sfida, l’avventura, la scoperta, la conquista.

Se escludiamo il collegamento con le drammatiche e strazianti tragedie migratorie, questo era il mio immaginario quando ho approcciato la lettura del poema di Carlo Tosetti, La teoria del transatlantico, edizioni Cofine.

Il primo impatto è stato dunque inevitabilmente dissonante, ma al tempo stesso intrigante. Se non si è arroccati sulle proprie visioni della realtà, è sempre affascinante e stimolante un confronto con chi, come Tosetti, è capace di metterle in discussione, con la maestria dei versi e la profondità della riflessione che li sostiene. Una riflessione sullo scorrere della storia e sulle scelte individuali che, utilizzando il transatlantico come allegoria dell’organizzazione della comunità umana, ci trasporta - anzi ci fa navigare - attraverso il Novecento dei due conflitti mondiali, dei totalitarismi e della ‘scoperta’ della propaganda come strumento di suggestione e controllo delle masse, fino alla contemporaneità dell’automazione del lavoro, delle nuove schiavitù e del sempre più feroce classismo.

Ecco quindi che il fine della Grande Nave, non appare più, come fa notare Anna Maria Curci nella prefazione al libro, “quello di unire due banchine, due sponde, due porti, bensì

quello di lordare l’una e l’altra meta, il punto di partenza e il punto di arrivo, insieme a tutto ciò che si incontra durante la navigazione e all’intero percorso".

Dopo la lettura de Il transatlantico, sarà difficile continuare a guardare le navi che attraversano il mare con lo stesso sguardo...



Intervista all’autore

Carlo Tosetti ph Lorena Gatti
Carlo Tosetti ph Lorena Gatti

La teoria del Transatlantico è indubbiamente un titolo curioso e affascinante per un libro di poesie.

Qual è la sua genesi?


il titolo si riferisce ad una ipotetica teoria di gestione della nave (e, in generale) di gestione aziendale. Teoria che in realtà non esiste, o meglio: è il frutto dell’intreccio di più teorie e pratiche consolidate nel mondo economico passato e attuale.

Il transatlantico, per dimensioni e organizzazione, è organismo complesso e autonomo, che può rappresentare simbolicamente una grande azienda o l’attività di governo di uno stato (abbiamo un transatlantico a Montecitorio), nonché la società in toto.



Perché ha scelto proprio la “Grande Nave” come microcosmo allegorico per denunciare i mali della società contemporanea?


“Ciò che affonda/alfine un transatlantico è la storia.” (versi tratti da Libro I, VI)

“E la nave va” è il titolo di un film di Federico Fellini. L’umanità varia a bordo di un transatlantico va incontro alla sua fine, colpito dal fuoco austriaco all’inizio della Grande Guerra; non voglio però dilungarmi sul film, che è a disposizione di tutti. L’immagine che questo lungometraggio mi ha lasciato, è quella del macchinario stantuffante dominato da una volontà superna, più che dall’uomo che lo conduce, che spinge la nave alla cieca navigazione, alla rotta, malgrado la fosca incurvatura della storia, che ne decreta l’affondamento.

La volontà superna alla quale alludo non ha alcuna natura occulta; mi riferisco, infatti, al capitale. Il transatlantico non solca i mari unicamente grazie al lavoro dell’equipaggio, ma primariamente grazie al capitale, al rialzo del titolo in borsa, alle speculazioni societarie.

Non era mia intenzione, però, trattare di sfruttamento del lavoro. Esistono miriadi di scritti, autorevoli e competenti, in materia. Io volevo, ironicamente, mostrare il paradosso che vive il lavoratore: per partecipare alla realizzazione di un prodotto perfetto, non dispone degli strumenti basilari e semplici, strumenti che gli algoritmi del capitale spesso non considerano, in quanto possono essere sostituiti a prezzo di maggior fatica da parte di un individuo, quindi superflui. Inoltre, realtà che ha attraversato i tempi industriali inalterata, vi è il tema della indispensabilità. Nessuno è indispensabile, chiunque può essere sostituito nel processo industriale, anche a discapito della qualità della produzione. Perché la perfezione è alimentata dall’apparenza, dalla finzione.

Lo ribadisco: è il capitale che tiene a galla la nave. Gli altri fattori sono relativi.

In cucina il pelapatate è slamato e inservibile. La compagnia di navigazione non lo sostituisce, benché abbia un costo irrisorio. Si può ovviare al problema con un coltello qualsiasi, ma con dispendio di tempo ed energie, perché non è lo strumento corretto. Questo paradigma è attualissimo. È esperienza quotidiana di tutti i lavoratori.

Chi, per esempio, oggi lavora a siti internet di grandi aziende ed ai processi sottostanti ne è cosciente.

Infine, attuale è anche l’impossibilità di trovare una soluzione a problemi minori (minori rispetto al risultato finale, ma importanti per un lavoratore), soluzione che si perde nell’inestricabile dedalo della burocrazia e della, appunto, teoria.

E la nave va…



Credo che questo si possa definire un libro di poesia civile, politica. Anche le sue precedenti raccolte hanno questa cifra comune?


No, per niente. Ho all’attivo tre raccolte di poesia (dal 2000 al 2016), seguite da due poemetti (La crepa madre e La teoria del transatlantico). Le raccolte di poesia non avevano alcun messaggio preciso.

Ho sempre considerato la poesia (e tutt’ora lo penso) come un concerto di parole, concento in cui la musicalità è il fine, fine che consente il germogliare di significati anche svincolati dal significante.

La scelta ultima di due poemetti consecutivi si è resa necessaria perché avevo un tema da raccontare; avevo quindi necessità di una forma che avesse proprietà narrativa.

Le affinità fra i due poemetti, però, si fermano qui. La crepa madre narra di una vicenda di fantasia (una crepa in un muro, che divide a metà un paese intero) e non ha alcuna connotazione civile o politica.



Un’ultima domanda per soddisfare una piccola curiosità: il poema si articola in sette libri di sette componimenti ciascuno. Una casualità o il numero sette riveste un significato particolare?


Non è una casualità, ma non vorrei sospingere questa scelta stilistica verso lidi esoterici, fermo restando l’indubbio valore simbolico (e non solo) del numero sette nelle antiche tradizioni, il cui retaggio è giunto fino a noi. Anche il precedente poemetto (la crepa madre) dal punto di vista numerico ha una struttura rigida, che non riguarda il numero 7.

Nel caso di specie, è una mera questione estetica e soggettiva. Quando si parla di poema, o poemetto, mi è impossibile scindere la regolarità, la scansione, dalla forma.

Anche i singoli componimenti, infatti, sono in numero di sei endecasillabi, con terzo e quarto verso in rima baciata.

Aggiungo che costringere la poesia in un limite di versi e di stanze (nel caso del poema) mi aiuta nel processo di sintesi (oggi gli stili poetici sono infiniti e la mia osservazione non vuole essere una critica ad altri autori).

La stesura poetica, per il sottoscritto, è sempre a togliere, a limare: ridurre lo spazio disponibile è un primo taglio “a priori”.



  • Editore ‏ : ‎ Cofine (18 febbraio 2022)

  • Lingua ‏ : ‎ Italiano

  • Copertina flessibile ‏ : ‎ 48 pagine

  • ISBN-10 ‏ : ‎ 8898370873

  • ISBN-13 ‏ : ‎ 978-8898370870

  • Peso articolo ‏ : ‎ 96 g

  • Dimensioni ‏ : ‎ 13 x 0.3 x 21 cm



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