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  • Immagine del redattoreFlavia Novelli

Cinema Sarajevo di Loris Ferri


Ho conosciuto Loris Ferri proprio in quella Sarajevo che si erge protagonista tra le pagine della sua ultima raccolta poetica pubblicata da Ensemble.

Era il dicembre 2017 e Loris ed io ci trovavamo nell’innevata capitale bosniaca per la prima tappa di un viaggio geografico e culturale che, grazie al progetto europeo REFEST-Images and Words on Refugees Routes, avrebbe portato trentadue artisti - otto poeti italiani, sedici fotografi balcanici e otto illustratori spagnoli, selezionati attraverso bandi nazionali dalle quattro associazioni coinvolte - a raccontare e documentare, attraverso le varie forme d’arte, le storie e i percorsi dei rifugiati.

In quell’occasione ci si divise in gruppi per partecipare alle residenze artistiche itineranti nei paesi delle organizzazioni partecipanti al progetto. Loris ed io scegliemmo quella organizzata in Italia dall’Associazione Passaggi Cultura di Fano, che aveva come tema la condizione delle donne migranti.

Esperienze come questa non si dimenticano e “Cinema Sarajevo” mi ha restituito quelle emozioni di violenta, struggente e contraddittoria meraviglia che solo una città come Sarajevo, con il suo pesante passato, può suscitare. Il titolo del libro è ispirato al locale Kino Bosna, ex cinema della capitale trasformato in suggestivo e festoso luogo di incontri, dove trascorremmo, con gli altri artisti di Refest, una serata di comunione di culture e lingue diverse, unite dal linguaggio universale della musica popolare di anziani cantori che, forse anche in nostro onore, intonarono una coinvolgente Bella Ciao.



Nel libro di Loris c’è tanto di quel simbolico luogo che racchiude in sé le diverse sfaccettature di quella complessa città: l’energia e la malinconia, la tradizione e l’innovazione, il multiculturalismo e il retaggio della pulizia etnica, la rigenerazione urbana e i fori dei mortai e delle granate ancora impressi come un monito sui muri per costantemente ricordare le colpe di un passato da cui è impossibile redimersi. Per questo, ma anche per la scrittura poderosa e ponderata, meditata, ricercata, raffinata e cruda, ”Cinema Sarajevo” non è un libro da leggere velocemente e distrattamente. Non fatevi ingannare dalle piccole dimensioni, perché in quelle sole settanta pagine troverete e scoprirete molto più di quello che vi potreste aspettare e vi ritroverete a leggere ogni poesia più e più volte, sedotti dalle immagini, dai suoni, dagli odori che esse riescono a evocare.

Ciao Loris, da quel viaggio a Sarajevo all’uscita del libro sono passati alcuni anni. Come si è sedimentata quell’esperienza e come si è trasformata in poesia?


Ciao Flavia, vorrei iniziare col ringraziarti per l’attenzione che hai messo nella lettura del libro e per avermi concesso questo spazio di dialogo. La genesi del libro risale a dicembre 2017 e al viaggio, come tu hai ben sottolineato, che ci fece incontrare a Sarajevo per il progetto europeo REFEST. Ricordo il momento preciso in cui ebbi l’intuizione: fu quando la fotografa Vanda Kljajo ci parlò di un luogo simbolo di Sarajevo, il Kino Bosna e ci condusse, di lunedì sera, fin dentro quell’antro. Il racconto delle vite, della guerra, di chi ancora abita quel luogo ebbe il potere di scatenare in me una fascinazione. Da subito mi rigirò in testa l’idea di questo “Cinema Sarajevo”, un cinema delle vite a cavallo tra due secoli e due mondi. I frammenti che raccolsi su taccuino durante quell’esperienza sedimentarono a poco a poco, e quelle persone, quei gesti quotidiani, quei paesaggi raccolti come fossero visioni esistenziali, presero sempre più corpo. Da lì, nel corso degli anni, qualcosa è stato eliminato, qualcosa limato e si è arrivati alla forma finale che porta oggi la raccolta.


“Sarajevo di notti, mia Sarajevo interiore./Malinconia di rose, chi mi osserva ti osserva;/nelle mie rughe è inciso il tuo stesso pallore.” In questi versi sembra esprimersi una tua intima identificazione con la città. Cosa, in particolare, ti fa sentire Sarajevo così affine a te?


Il primo impatto fu un impatto di pallore, visto la neve e le croci che ci accolsero. Un pallore che mi assomigliava: quindi direi una somiglianza, a tratti, corporale. Ma ovviamente c’è di più, parlo di una contraddizione struggente che da subito mi ha colpito, simile a quella che respiro nei luoghi della mia infanzia. Luoghi di meraviglia e di morte, perdizione ed eroina, e al tempo stesso tenacemente vivi. Una tenacia della vita (in se stessa, per se stessa e a volte anche contro se stessa) nel resistere, senza nasconderne le cicatrici. Questa esistenza sul baratro, questa seduzione del basso la sento molto vicina, in qualche modo dialoga intimamente con queste parti di me.


Il tuo libro è composto da cinquanta “scene” suddivise in quattro movimenti: Ombelico Urbano, Interno Cinema, Paesaggio d’ombre, Esterno mondo. Come nasce questa particolare architettura compositiva?

Nasce principalmente da una scansione temporale. L’arrivo dalla periferia al centro di Sarajevo corrisponde al primo movimento: Ombelico urbano. I successivi incontri con gli artisti della capitale, hanno partorito il viaggio fin dentro il Kino Bosna (Interno Cinema), da cui hanno preso forma queste scene, questi paesaggi di vita che molto spesso, senza più spessore esistenziale, ricordano non corpi ma ombre, invisibili a tanti. L’ultima sezione equivale a un uscire allo scoperto, alla luce, un “essere in fine nel sole” e si apre a una dualità: da una parte l’elevazione, il buon auspicio per i tempi futuri e dall’altra l’Esterno mondo che riconduce in maniera ciclica al principio, all’ombelico urbano, all’omphalòs: in cui la fine è solo un altro inizio. E ci auguriamo tutti che questo nuovo inizio abbia i segni del vecchio ma non ne porti addosso i fantasmi.

In alcuni momenti, il tuo libro mi ha ricordato un altro che amo molto: l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Pensi sia un accostamento azzardato o in fondo anche tu racconti un po’ le vite di coloro che ora dormono, dormono, sulla collina di Sarajevo?


In maniera meccanica, ovviamente la tua affermazione mi riempie di orgoglio.

Tocca la mia vanità; a chi non farebbe piacere sentire il proprio lavoro accostato a quello di Edgar Lee Master, il cui libro segna un punto altissimo nella storia della poesia? Ma non azzarderei e non scomoderei il poeta americano. Sicuramente le suggestioni dei luoghi attraversati dal libro (le colline piene di croci, le rose di Sarajevo, i dolori della vita quotidiana) hanno somiglianze poetiche che possono creare associazioni tra il luogo reale (Sarajevo) e Spoon River. Nel mio caso parlerei più di un sismografo che ha cercato di captare il mondo. La morte interviene nel testo e viene messa in bocca ai vivi, attraverso la memoria e il racconto; anche se a volte mi è difficile capire chi sia più morto: un morto-morto o un vivo che vive da morto.



C’è una storia, un aspetto, un’emozione legate a Sarajevo che ancora non sei riuscito a tradurre in poesia? Se sì perché?


Certamente. Sono tante le cose che non sono riuscito a tradurre in versi. C’è una storia, ad esempio, che porto con me dal lontano millenovecento novantaquattro- millenovecento novantacinque e che mi lega ai Balcani e precisamente alla Bosnia. Protagonista di questa storia è una ragazza, profuga. Io allora avevo quindi anni, più o meno quanti ne aveva lei. E nel nostro viaggio a Sarajevo del 2017 ho incrociato per sbaglio in una caffetteria della capitale, una donna, che mi ricordava lei, o meglio una lei cresciuta e ormai diventata grande. L’idea era quella di far vivere entrambe in una poesia. Ma ancora non è accaduto. Nel libro è contenuto un verso pensato per loro, che mi ronzava in mente e che poi ho inserito nella poesia “Divinazione”. Ed è il verso finale che recita: “di noi tutti, migranti verso l’ignoto”.


Concludiamo con una domanda classica: quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai già lavorando a un nuovo libro?

Si. Ho un progetto al quale sto lavorando da tempo e che partirà a breve. Riguarda una rimappatura di sette torri nel comprensorio dell’Alta Valle del Metauro, sulle tracce della dimenticanza. Non sarò solo. Verrò accompagnato dal fotografo Alessandro Giampaoli e dal regista Mauro Santini. Ripercorreremo i sentieri che collegano queste torri. Il nostro sguardo si aprirà al bene essenziale della natura, alle orme e ai passi, nella ricerca dell’anima dei luoghi componendo un resoconto in versi, immagini, segni che possano ridonarne gli orizzonti immensi, luoghi di solitudini e pietre, di acque e di guadi, di piccoli insetti e di assolute infinitezze.





Loris Ferri presenterà "Cinema Sarajevo" il 19 aprile 2023 alle ore 18 presso l'Enoteca Letteraria in Via S. Giovanni in Laterano, 81 - Roma


Con Edoardo Olmi e la sottoscritta.


Non mancate!

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